Come Dio riprende un popolo che ha mandato via
Un argomento diffuso fa del Calvario il meccanismo giuridico che toglie il divieto di Deuteronomio 24. Messo alla prova sul testo originale, cede in quattro punti, e Geremia solleva la questione lui stesso, secoli prima, e le dà risposta.
C’è un argomento su Israele che ricorre nelle prediche, nei convegni e nei libri di studio popolari, ed è costruito in modo impressionante. Suona così. La Torah vieta a un uomo di riprendere la moglie che ha mandato via. Dio ha mandato via Israele. Dunque Dio non può riprendere Israele, a meno che non accada qualcosa che tolga l’impedimento. Quel qualcosa sarebbe la morte del Messia: lo Sposo divino muore, e con ciò il divieto decade. Il Calvario diventa così il meccanismo giuridico dietro la restaurazione di Israele.
L’argomento lega insieme in modo impressionante la Legge, i Profeti e la croce. È anche verificabile, ed è ciò che si fa qui. Le citazioni bibliche sono tratte dalla Riveduta (Luzzi, 1927).
Che cosa dice il testo
«E benché io avessi ripudiato l’infedele Israele a cagione di tutti i suoi adulteri e le avessi dato la sua lettera di divorzio, ho visto che la sua sorella, la perfida Giuda, non ha avuto alcun timore, ed è andata a prostituirsi anch’essa» (Geremia 3:8).
Nota la portata. La lettera di divorzio riguarda il regno del nord. Giuda non ne riceve alcuna; di Giuda si dice che non ha badato all’esempio. La differenza attraversa tutta la storia: Giuda viene castigata e ritorna, Israele viene mandato via e scompare tra le nazioni.
Isaia 50:1 viene spesso portato come secondo testimone, e questo richiede cautela, perché il testo fa un’altra cosa: «Dov’è la lettera di divorzio di vostra madre per la quale io l’ho ripudiata? O qual è quello de’ miei creditori al quale io vi ho venduto?» È una domanda retorica, e la risposta attesa è: una lettera così non c’è, e un creditore così non c’è. Il versetto non conferma il divorzio: lo respinge come spiegazione e mette la causa sul conto delle iniquità del popolo stesso. Usarlo come prova a sostegno significa far dire al testo il contrario di ciò che dice.
Quattro punti in cui l’argomento si spezza
L’impedimento nasce dal secondo matrimonio, non dal divorzio. La contaminazione di Deuteronomio 24:4 viene unicamente dal versetto 2: וְהָלְכָה וְהָיְתָה לְאִישׁ־אַחֵר, «va e divien moglie d’un altro marito». Senza quel secondo matrimonio, legittimo, non c’è impedimento. Il verbo del versetto 4, הֻטַּמָּאָה, sta inoltre in una forma passiva: ella è stata contaminata; le è accaduto, non l’ha fatto lei. La Settanta lo conferma con μετὰ τὸ μιανθῆναι αὐτήν, «dopo che è stata contaminata». Chi vuole applicare la legge a Israele deve dunque saper indicare chi sia quel secondo marito. L’idolatria è chiamata prostituzione e adulterio in tutti i profeti, non un secondo matrimonio giuridicamente valido. Non è quindi nemmeno certo che la condizione del versetto 2 sia soddisfatta.
Deuteronomio 24 non conosce alcuna liberazione per la morte del primo marito. La legge regola esattamente il caso opposto: il primo marito non può riprenderla dopo che il secondo l’ha mandata via o è morto. Della morte del primo marito il testo non dice nulla, e la sua morte non risolverebbe il problema ma lo abolirebbe, perché un morto non si risposa. L’idea che la morte del marito sciolga il vincolo non viene da Deuteronomio 24 ma da Romani 7:2-3. Sono due disposizioni diverse, e l’argomento diffuso fa scivolare l’una nell’altra senza dirlo.
Paolo applica la sua stessa immagine al contrario. Nell’immagine di Romani 7 muore il marito; nell’applicazione muore il credente. «Così, fratelli miei, anche voi siete divenuti morti alla legge mediante il corpo di Cristo, per appartenere ad un altro, cioè a colui che è risuscitato dai morti» (7:4). Paolo non dice che lo Sposo è morto perché la sposa sia libera, ma che la sposa è morta con il Messia per poter appartenere a lui. Usare l’immagine nel primo modo significa usarla contro l’applicazione che Paolo stesso le dà.
Geremia pone lui stesso proprio questa domanda. È decisivo. Il terzo capitolo si apre con un rimando inconfondibile alla legge: «Se un uomo ripudia la sua moglie e questa se ne va da lui e si marita a un altro, quell’uomo torna egli forse ancora da lei?» (Geremia 3:1). Il problema non è stato scoperto da interpreti successivi; il profeta lo mette sul tavolo lui stesso. E non lo lascia senza risposta. Pochi versetti dopo Dio richiama la stessa moglie ripudiata: «Torna, o infedele Israele, dice l’Eterno; io non vi mostrerò un viso accigliato, giacché io son misericordioso» (3:12), e con una parola che dice tutto: «Tornate o figliuoli traviati, dice l’Eterno, poiché io sono il vostro signore» (3:14). L’ebraico בָּעַלְתִּי, che la Riveduta rende con «sono il vostro signore», è il verbo del matrimonio: «io sono vostro marito». Non è una prospettiva lontana né il rimando a un atto giuridico ancora da compiere. Sta lì al presente, secoli prima del Calvario, rivolto al popolo che aveva ricevuto la lettera.
Osea dice la stessa cosa con altre immagini. La moglie infedele rientra in sé, «Tornerò al mio primo marito, perché allora stavo meglio di adesso» (2:7), e il capitolo sfocia in «io ti fidanzerò a me per l’eternità» (2:19). In Osea 3 il profeta riscatta perfino la propria moglie: nella sua stessa persona fa esattamente ciò che Deuteronomio 24 vieta, e non è una trasgressione ma il segno profetico stesso.
Che cosa resta
A mio avviso questo, e non è meno dell’argomento giuridico proposto, ma di più. La Scrittura non nasconde la difficoltà giuridica, e non la risolve nemmeno con una costruzione. Pone la domanda ad alta voce e risponde facendo appello a chi Dio è: «io son misericordioso», חָסִיד. Il ritorno di Israele non è dunque un esito giuridico ma un atto di grazia che va oltre la legge, esattamente come la legge stessa regola il divorzio ma da nessuna parte promette la riunione. Il Calvario, su questa linea, non è la rimozione di un ostacolo ma il luogo in cui quella grazia viene pagata.
È un fondamento più solido di un argomento giuridico a tenuta stagna. Un argomento giuridico sta o cade con la domanda se l’analogia regga in ogni punto. La fedeltà di Dio no.
Che cosa questo non risolve
Tre cose, e la prima va al cuore della questione.
Paolo applica Osea ai pagani. In Romani 9:25-26 cita proprio la formula di Osea 1, οὐ λαός μου, «Voi non siete mio popolo», e la applica ai credenti venuti dalle nazioni. Chi sostiene, come me, che la parte mandata via e la parte restaurata sono la stessa deve spiegare perché Paolo usi le stesse parole in senso più ampio. La mia risposta è che in Romani 11 parla inconfondibilmente dell’Israele etnico (offre sé stesso come prova, 11:1) e che l’un uso non esclude l’altro. Ma questa è l’obiezione più forte del Nuovo Testamento, e non va relegata in una nota.
Le immagini non provano nulla; chiariscono. Appena cominci a elaborare un’immagine in termini giuridici (chi è il primo marito, chi il secondo, quando entra in vigore quale disposizione), le chiedi più di quanto un’immagine possa reggere. È esattamente lì che il ragionamento esaminato sopra si è arenato, ed è un avvertimento che vale anche per la mia lettura alternativa.
La lettura riformata non è una lettura superficiale. Sostiene che le promesse a Israele si compiono nel Messia e che la chiesa è l’Israele di Dio (Galati 6:16). È una posizione ponderata, difesa da esegeti seri. Chi non è d’accordo con loro dovrebbe presentarne l’argomento migliore e non il più debole.
L’articolo completo
Questa domanda è una sezione di uno scritto più lungo che segue il ruolo di Israele lungo tutto l’arco della storia: l’elezione di Abramo, il patto al Sinai, la divisione dopo Salomone, il Nuovo Patto, la teologia della sostituzione, la restaurazione del 1948, le guerre predette del Salmo 83, di Ezechiele 38-39 e di Zaccaria 12-14, e la vocazione di Israele a essere luce per le nazioni. Indica anche i punti in cui un’affermazione diffusa non regge: l’identificazione di רֹאשׁ in Ezechiele 38:2 con la Russia, la presunta faglia che attraverserebbe il Monte degli Ulivi, la «guerra del Salmo 83», con note e bibliografia.
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